Jorge Restrepo
Cali, Colombia, 1961

 

"Alito"
Performance-Happening di Jorge Restrepo con fotografia di Mateo Muñoz

 

 

 

 

                     

             


“ALITO”

 

Performance-Happening di Jorge Restrepo con fotografia di Mateo Muñoz

 

 

“L'unione fa la forza”, una frase abbastanza ripetuta che allude al desiderio di fare qualcosa e portarla avanti. Ma, dietro a queste parole c'è una motivazione molto più forte; motivazione che nel caso di questo progetto si va modellando fino a formare la figura simbolica di una famiglia numerosa che unisce la sua forza e il suo respiro per compiere un'azione. La testimonianza della storia ci mostra che l'unione della forza di tanti individui ha più potere ed è più ricettiva di quella di uno solo.

 

Questo progetto ha un impatto visivo che cammina insieme al titolo dell'opera. Il fatto di unire il respiro, l'aria, l'alito di un gruppo di persone, in questo caso di un'intera famiglia, ha una ripercussione che va oltre lo scoppio di un palloncino alla fine del  suo processo di espansione. Un sentimento che avvolge molte idee e teorie.  Siamo e facciamo parte di un tutto ed è la forza di tanti quella che determina la differenza.

 

L'obbiettivo dell'artista oltre a raggiungere l'espansione del palloncino tramite il respiro dei componenti di questa famiglia, è fissato nelle riflessioni fatte tanto dai partecipanti quanto dal pubblico che osserva...è questa l'unione, è l'ultimo respiro, sono le forze messe insieme che ci portano a pensare oltre alla stessa azione e ci fanno addentrare nelle riflessioni di un mondo che oggi giorno vive nel dubbio di perdurare, di poter sopravvivere e sopportare nello stesso momento, così' come lo fa l'umanità in genere. Siamo fragili, e ogni giorno che passa l'essere umano si trova più vulnerabile davanti a tanto desiderio di potere e tanto egoismo.  Le aspettative dell'umanità sono sempre maggiori e più ambiziose e sfortunatamente queste non si guardano dal lato positivo di accrescimento e sviluppo ma al contrario, dal lato della distruzione e deterioramento. Vogliamo sempre di più ma senza guardare a quale costo e contro chi ed è frustrante quella sensazione che abbiamo di un mondo autodistruggente. La speranza di unione di alcune persone, fa di questo progetto un urlo verso l'alto per svegliare coloro che ne hanno bisogno. Cosa può arrivare ad essere più esplicito ed esauriente dell'unione di un'intera famiglia?  E' nella famiglia che i cambiamenti cominciano e nell'opera di Jorge Restrepo, la quale è il risultato di un lungo processo di sperimentazione, dubbi e sensazioni, si raggiunge in modo incredibile quello che tanto si è voluto dire a parole.

 

La carenza, la vulnerabilità e la fragilità vanno insieme quando parliamo in termini di entropia; la tendenza di un sistema ad esaurirsi, a indebolirsi e a cadere in uno stato di disordine. Attraverso la storia ed il tempo, l'essere umano ha subito un' evoluzione sotto vari  aspetti ma, contemporaneamente, è retrocesso in altri: il bisogno della convivenza, dell'unione e della forza hanno perso importanza.  E' l'egoismo stesso dell'uomo quello che lo sta portando alla distruzione, alla sua estinzione e a consolarsi con una nuova speranza planetaria. La negentropia diventa la ricerca della speranza di un posto nuovo per l'uomo.

 

Quest'opera, oltre ad essere esteticamente impeccabile, va oltre l'azione stessa di respirare tramite un tubo di gomma. Lo strumento che l'artista ha costruito per questa opera è stato pensato per raccogliere il respiro di 42 persone contemporaneamente: uno strumento decorato con cura, che dà l'illusione di un polpo, il quale, tramite i tentacoli, in questo caso tubi di gomma, si alimenta d'aria per poter sopravvivere.

 

Faccio una pausa nella descrizione e nell'analisi del meccanismo di quest'opera la quale ha un obiettivo ben pensato e molto chiaro. Non è soltanto il risultato del mettere insieme dei pezzi industriali, ma al contrario è compenetrato e familiarizza con l'artista fino ad appropriarsene e formare uno strumento che innalza l'attività medesima, dandole un senso più poetico, estetico e critico.

 

L'attività chiamata vita consiste nell'inalare ed espellere, non soltanto l'aria che ci vivifica ma anche ogni parte della vita stessa.  E' curioso: nasciamo e moriamo, cresciamo e invecchiamo e, nello stesso tempo, inaliamo ed espelliamo. Una sequenza monotona che in certe occasioni diventa ironica, visto che l'ultimo respiro di uno è la prima inalazione di un altro.

 

Jorge, nelle sue opere, sceglie sempre di alternare l'ordine normale delle cose; la spontaneità e l'interazione con la gente sono un punto chiave del suo lavoro. Tanto l'opera, quanto lo spettatore si trovano in un punto dove non sempre si distinguono i limiti.  L'uno e l'altro formano l'insieme che fa decollare il successo del suo lavoro e la ragione stessa dell'opera. E' l'arte concettuale o arte -idea in questo caso, ciò che funziona per questo artista, dove il concetto e l'idea generatrice sono più importanti dello stesso obiettivo dell'opera.

 

Sono l'idea e il concetto di quest'opera che mi portano subito all'artista Bill Viola e alla sua opera The passing, la quale ha un nucleo comune con l'opera di Jorge Restrepo. E' la documentazione di uno stato latente dell'essere umano, inalazione ed esalazione dagli ultimi minuti di vita di una persona, sua madre (nell'opera di Viola), in contrasto con l'armonia di un gruppo famigliare che ripete con uno stesso ritmo, gli stessi atti di inalazione ed esalazione per darle “vita” e/o alimentare metaforicamente il palloncino che è legato al  meccanismo realizzato  dall'artista.  Due artisti e due concetti che si completano e generano idee e concetti che vanno oltre il semplice fatto di fare e costruire per armonizzare ...l'arte. Qui si costruisce partendo dalla sostanza dell'idea, la quale ruba la parte all'opera stessa e ci fa riflettere sulla nostra esistenza.

 

“Alito” ricorre all' happening ed è in quell'istante, che l'artista, l'opera ed il pubblico esterno, che fa parte del funzionamento dell'opera, diventano un momento lucido e irripetibile il quale rimane catturato dalla fotocamera e nella memoria di chi è vissuto per raccontarlo.  Le opere di Jorge sono sempre incorniciate nel cammino del fare e del procedere.  L'esperienza di rapportarsi con un gruppo di persone scelte per la realizzazione di ogni opera è una caratteristica di questo artista, un'esplorazione costante e ardua di stabilire un rapporto con la sua opera e con gli altri, d'involucrare e ricreare ogni inquietudine, ogni dubbio per poter alterare la sua prospettiva e quella di altri e arrivare all'importante processo di retroalimentazione.

 

Con quest'opera i ragionamenti e le domande diventano più frequenti: vita e morte; sopra e sotto; illuminato e buio...tutte queste dicotomie che personificano la realtà del mondo in cui viviamo e che oggi giorno si estingue sempre più in fretta.  Queste tre esperienze universali: la nascita, la vita e la morte, sono gli elementi che generano tensione.

 

Il documento fotografico rivive ad ogni momento la pulsazione che è stata data all'opera. Ogni respiro aggiunto ad altri 42 di altrettante persone che con molta cura e seguendo lo stesso ritmo, rafforzano la tanto citata frase: “l'unione fa la forza”, è un atto simbolico dove l'unione di una famiglia risponde a molte inquietudini generate dall'artista.

 

Jorge Restrepo, attraverso la sua carriera di artista, integra ognuno dei suoi lavori con la progettazione e l'abbatimento degli stessi.  Le sue opere implicano un processo ben dettagliato dove viene smembrata ogni sua parte per raggiungere l'impatto perseguito. Il posto dell'artista è quello di generatore d' inquietudini, capace di ottenere risposte partendo dalle sue opere per portare lo spettatore oltre l'evidente, per riflettere e concludere un'esperienza personale che non è la stessa per tutti gli esseri umani. Abbiamo la capacità di ragionare con le nostre idee e pensieri e contemporaneamente partire da un'esperienza personale per ricevere in cambio  un'esperienza universale che riesca a ottenere risposte e perchè no? far volare il nostro generatore di pensieri.

 

 

Melissa Angel Cabrales

 

 

Cali, Colombia, 20 gennaio 2009




    Traduzione di Mariela Ramos

 

 


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