Jorge Restrepo
Cali, Colombia, 1961

 

“Planetario I”

Performance collettiva di Jorge Restrepo,

con arte-sonoro di  Walter Suazo

Jorge Antonio Espinosa, documentazione

 

                     

             


 

“Planetario I”

 

Performance collettiva di Jorge Restrepo,

con arte-sonoro di  Walter Suazo

                                                                        

 Jorge Antonio Espinosa, documentazione

 

 

Quali pensieri avrà avuto Atlante, l'essere mitologico, il quale ha dovuto subire lo scherzo di dover sopportare sulle sue spalle il peso della terra?  Nessuno di noi pensa di avere alcuna responsabilità sulla rotazione del pianeta sul suo asse e tanto meno di esercitare alcuna influenza sulla sua traiettoria intorno al sole.

 

In un ambiente di rigore accademico cosa potrebbe cercare un professore di Risorse Umane formando un auditorio di allievi, allontanandoli dalla loro routine e dalle loro divise, per tenere sospese in aria un mucchio di palline di plastica nera?

 

“Planetario” pone nelle mani di ogni allievo appartenente ad un gruppo di studenti dell'Università Zamorano, tre di queste palline. Durante una settimana, gli studenti prendono confidenza con il loro peso, la  loro forma e diventano abili nel mantenerle sospese in aria lanciandole e riprendendole di continuo. Alla fine della settimana, l'opera ha il suo momento culminante nell'aula nella quale, durante quattro minuti di sonoro specialmente composto da Suazo per quest'opera, gli allievi, ornati di nero, sorreggono in aria le loro sfere, creando così un complesso sistema planetario dove ognuno incarna  per alcuni minuti, il mitico Atlante .

 

Le opere di Restrepo hanno l'abitudine di alterare l'ordine delle cose. Non sono semplicemente pitture che possiamo osservare da una distanza già predisposta.  Sono opere che ci pongono la domanda: dove giace la linea tra l'opera e il pubblico? Ammesso che tale limite esista davvero...Il partecipante, con tutte le sue emozioni, gesti, smorfie, viene risucchiato dal foro nero dell'happening e vede se stesso dissolto, sogliato delle sue preoccupazioni, incorporato nell'esperienza dell'arte collettiva dove il pubblico e l'opera diventano una cosa sola.

 

Dal punto di vista dell'osservatore (l'unico, in discutibile posizione di spettatore) vedo  chiaramente come lo sforzo individuale di ogni allievo di mantenere in  aria la pallina, s' intreccia man mano in una coreografia di caos ordinato e si integra con le pulsazioni della composizione di Suazo, che emana il battito sincopato del cuore di questo mini-universo.

 

Sappiamo che nell'arte concettuale quello che prima è l'idea e poi l'esecuzione, in questo caso particolarmente effimera, serve da fugace veicolo al concetto.  Il maestro Restrepo, interpretando la doppia parte di professore e artista, si serve di questo arnese poco utilizzato e di solito riservato ad una piccola (nel caso di Honduras minima) élite intellettuale, per insegnare ai suoi allievi.  Una persona apprende concetti, li memorizza,  ogni tanto perfino li applica, ma questo tipo di esperienza conduce ad una interiorizzazione completa dell'idea, in modo che questa diventa parte di noi stessi come  le ossa e la pelle. Ma quale idea stiamo rappresentando qui e con quale scopo?

 

Noi esseri umani abbiamo camminato senza alcuna responsabilità né coscienza sulla faccia della terra.  Stiamo cambiando il pianeta fino a farlo diventare inospitale perfino per noi stessi.

 

Il documento fotografico fa rilevare la speranza, l'aspettativa e lo stupore con i quali l'allievo lascia andare la pallina e la segue con lo sguardo mentre percorre l'orbita, aspettando che ritorni nelle sue mani, per lanciarla di nuovo. Malgrado la stanchezza, il dolore sul collo, la monotonia, il fallimento della mira, in quel momento la responsabilità e la preoccupazione per il destino di quella pallina, ognuno di  loro le

vive sulla propria pelle.

 

Al termine, l'allievo è sfinito ed esprimendo un rinnovato rispetto per la natura e l'universo, con parole che noi tutti conosciamo ma con un luccicore negli occhi che indica un intendimento profondo di quest'idea ancestrale, dice: “Nelle mani dei giovani c'è il destino del pianeta”.

 

 

Zamorano, San Antonio de Oriente 27 ottobre 2008

 



Traduzione di Mariela Ramos


 

 

 

 

 

  

 


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