Jorge Restrepo
Cali, Colombia, 1961

  
"Le prime trame sono state prudenti"
Soledad Fontela
    

 Foto: Andrea Spagnolo
      

                   

               



“Le prime trame sono state prudenti”

 

- Cronache di un'attività  artistica-

                                             

Soledad Fontela

Storica

 

L'essenziale è invisibile agli occhi”

Il Piccolo Principe

 

 

Nella cornice della 5a. Biennale Internazionale di Arte Tessile, organizzata da World Textil Art, si sono realizzati una serie di laboratori nella città di Buenos Aires, Repubblica Argentina, paese che ospitò la suddetta Biennale nel corrente anno (2009).

 

L'artista internazionale e direttrice dell'organizzazione Pilar Tobòn, convocò un artista d'origine colombiana residente in Honduras, Jorge Restrepo perchè si facesse carico di uno di questi laboratori. Le molteplici esposizioni di Restrepo sono state in diversi paesi, la singolarità delle opere di questo artista è che molte di esse sono dirette a persone cieche. Sebbene possano essere ammirate da chiunque, le sue o pere hanno poco o nessun colore puntando a “vedere” attraverso il tatto .

 

L'altro artista convocato da Pilar Tobòn è un artista cieco, uruguaiano, Humberto Demarco il quale aveva portato avanti un laboratorio nella precedente Biennale nella città di San Josè di Costa Rica nel 2006.

 

Contrattempi e imprevisti hanno messo in pericolo la partecipazione di questi artisti e il loro arrivo a Buenos Aires, pertanto le organizzatrici dei laboratori hanno chiesto la collaborazione ad un artista argentino, Pablo Ramìrez Arnol, che oltre ad essere docente, lavora con persone non vedenti e con altre disabilità.

 

Nelle settimane precedenti l'inizio del laboratorio, i tre artisti si sono messi d'accordo di eseguire insieme il compito in una casa-laboratorio nel rione Palermo Viejo in Buenos Aires.

 

Erano uniti da due grandi temi comuni: l'arte e la cecità. Humberto Demarco è l'unico non vedente, ma Jorge Restrepo esegue opere per non vedenti e Pablo Ramìrez lavora con queste persone. La casa-laboratorio appartiene ad un'artista insegnante d'arte, Ana Pagani. Sabato 25 aprile si sono riunite le persone interessate in calle Gorriti dov'è situato il laboratorio. Si sono fatte nuove conoscenze e ritrovate quelle antiche: la padrona di casa conosceva soltanto Pablo, mentre Jorge e Humberto si conoscevano fra loro ma non Ana e Pablo. E' stato in quella circostanza che hanno deciso di cambiare lo spazio da occupare, pensato all'inizio per essere realizzato soltanto all'intero dell'edificio.

 

 

Intorno alla casa spicca un giardino curato egregiamente, multicolore e alquanto illuminato che è sembrato loro l'ideale per un'opera collettiva. Si lavorò nella preparazione delle corde da utilizzare, giacchè Jorge aveva portato con sé dall' Honduras gran parte del materiale (il materiale mancante fu acquistato nel pomeriggio da Jorge e Ana, la quale faceva da guida).

 

Domenica 26. L'arrivo anticipato degli incaricati del laboratorio ha reso possibile disporre una orditura con i fili preparati il giorno antecedente e tagliare quelli restanti. I colori erano: nero, grigio e bianco al quale si è aggiunto il verde tenue di alcune strisce che accompagnavano la staticità della fotografia. Fu in quest'occasione che si aggiunse la collaborazione di Claudia Herràn, moglie di Jorge, la quale era arrivata la sera precedente.

 

Sono arrivati puntualmente gli assistenti, in maggioranza donne (soltanto un uomo non vedente che era stato allievo di Pablo e manteneva corrispondenza con Humberto senza conoscersi di persona). Prima dell' inizio vero e proprio del lavoro, c'è stato un momento di presentazione di quello che si intendeva realizzare e di ognuna delle persone presenti.

 

La consegna era di vestire tutti di nero, la quale fu accolta dalla maggioranza. Artisti di vari paesi, con differenti realtà e diversa età, convocati per una attività collettiva, che consisteva nell'intrecciare tutti insieme una trama di otto metri per uno; l'ordito era sostenuto da quattro reti ognuna della misura di una porta che avrebbero fatto da cornice al tessuto. Questo sostegno si trovava lungo il cortile, dall'altezza delle spalle fino a scendere per un metro. Quando si è dato inizio all'attività, tutti ne facevano parte. Si sono lasciati a portata di mano dei pezzi di stoffa nera, con i quali, chi voleva, poteva coprirsi gli occhi.

 

La maggioranza, e oserei dire tutti, eccetto la fotografa professionista che fu chiamata per l'occasione, si bendarono gli occhi durante alcuni tratti dell'opera. Altri, ne sono testimone, hanno mantenuto la benda tutto il tempo, perchè volevano lavorare con i sensi diversi dalla vista.

 

I primi intrecci sono stati fatti con cautela, poi sono andati confondendosi le voci, i nodi, le mani. Si lasciavano andare ogni volta con maggiore fluidità ai racconti, alle esperienze. Nel percorso uditivo lungo gli otto metri si facevano presenti racconti di vita, di lavoro, di abitudini; temi filosofici, convinzioni e sensazioni che arricchirono la creazione artistica che aveva per cornice quel giardino incantato e una musica scelta dalla eccellente padrona di casa che si immedesimò nell'opera senza lasciare di accudire gli ospiti con rinfreschi e sorrisi.

 

L'attività totale durò quattro ore. I fili con i quali si costruiva la trama, venivano raccolti dal pavimento dov'erano stati sparsi con cura “disordinata” dagli organizzatori. L'idea di Jorge era sollevare i fili così come “i pezzi della nostra storia, la quale sarà intessuta da tutti noi”.

 

Il futuro dell'opera, che era il risultato ottenuto in quel pomeriggio fu discusso dopo aver esaurito tutto il materiale e ottenuto un pezzo compatto ed elaborato. E' stato deciso in modo unanime che quel pezzo era ricco in quanto procedimento. L'importante non era il prodotto finito, ma il processo con il quale si era ottenuto. Vale a dire, che alla vista risultava stupendo. E' per questo che alcuni lanciarono l'idea di esporlo insieme ad alcune foto del processo creativi all'apice della Biennale.

 

Molti resero testimonianza della loro esperienza verbalmente. Altri avevano la soddisfazione dipinta sul viso (questo si può attestare come fatto poco verificabile empiricamente, ma posso ribadire che soltanto uno dei 14 partecipanti si ritirò alcuni minuti dopo il culmine della creazione dell'opera e per cause di forza maggiore).

 

Dopo le conversazioni si passò al divertimento, si fece scendere l'opera e, come in un gioco di bambini, si manifestò collettivamente la gioia: saltando, avvolgendosi nella stessa, scattando fotografie e appropriandosi tutti insieme di quell'intreccio che aveva già un passato, un presente e che conserveremo per sempre: questo sarà il suo futuro migliore.

 

Non avrei potuto descriverlo se non fossi stata lì presente.

 

Mi sono tenuta distante per quanto mi è stato possibile nel racconto, perchè l'obiettività è la regola n° 1 nella Storia; ma sono stata testimone attiva ed ho provato piacere come tutti gli altri in questa attività collettiva che ti arricchisce.

 

In diverse parti del mondo si praticano, da parte di artisti e lavoratori sociali, attività collettive effimere, la maggior parte con la finalità di prendere coscienza su qualche tema specifico.

 

La sensibilità dell'artista e la sua convocazione, rendono visibile ciò che passa inosservato. In questo caso ha dimostrato a tutti noi che siamo capaci di “vedere” senza la vista e possediamo la forza della creazione collettiva.

 

 

Montevideo, Uruguay, 5 aprile 2009

 

 

Traduzione di Mariela Ramos

 

 







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